lunedì 23 ottobre 2017

il rischio

smerdarsi da soli: 
dicesi di "simpatica" quanto comica attitudine di alcuni soggetti particolarmente propensi a camminare tre metri sopra terra o, come direbbe Moccia (vade retro!), sopra il cielo, o a sedersi sempre solo in cattedra o sul banco del giudice  e da lì tuonare contro chiunque,  per poi cadere un giorno sì e l'altro pure nelle più oscene contraddizioni .
Un amico, di recente, mi segnalava l'efficacia di questo modo di dire per descrivere il comportamento di chi, senza neanche accorgersene, tradisce  tutta la sua pochezza, cadendo nel ridicolo e, appunto, finendo con lo smerdarsi da solo/a.
Spesso queste cadute (o auto-smerdature) sconfinano nell'auto-denuncia: ciò accade quando il poveretto o la poveretta si scaglia come l'ultimo dei profeti contro qualcosa che lo/la tocca nella sua (auto-conferita) sacralità, fisica, morale ed intellettuale, finendo letteralmente in mutande, auto-denunciandosi insomma nei suoi aspetti peggiori 
Ma che volete farci, il leone, si sa, ci mette un secondo a spalancare la bocca, ma quello è il suo mestiere...l'idiota è chi si ostina a volergli rimanere vicino e a mettergli la testa a portata di fauci!
E non ditemi che si tratta di rischi imprevisti!

giovedì 19 ottobre 2017

la diagnosi (pensieri di una donna folle)


Quando le comunicarono la diagnosi, quando la valanga di neve la ricoprì di incredulità e paura, al punto da non riuscire ad avvertire più neanche il freddo di tutta quella neve addosso, Irene rimase ferma e muta, si sentì come un palo della luce in pieno giorno: inutile, insensata.
Pensò che se ci fosse stata ancora sua madre avrebbe sicuramente pensato subito a lei, le avrebbe chiesto conforto e speranza, si sarebbe impegnata con lei a guarire. 
Ma sua madre non c'era, anche se forse la stava guardando più di altre volte.
Subito dopo pensò all'uomo che amava, quello cui aveva detto tante volte: 
io e te siamo nati dallo stesso uovo e a me piacerebbe essere il tuorlo, così tu, da albume, mi potresti abbracciare e tenermi al caldo
Perché quello era il suo modo di dire le cose importanti, smontandole un po' perché non apparissero troppo solenni, in ossequio al principio della leggerezza come l'aveva recitata Calvino; ogni volta che c'era qualcosa di importante da dire, Irene si sforzava di smontarla un po', di darle un passo da cartone animato.
Sì, pensò proprio a lui, al suo albume: gli avrebbe dovuto dire tutta la verità. 
Le sembrò difficile però: s'era ricordata della storia che lui le aveva raccontato dopo poco che s'erano conosciuti, la storia di quella ragazza che aveva amato più di tutte, la stessa che la vita gli aveva sottratto mentre stavano ancora decidendo come si sarebbero amati.
Irene si ricordò di quella storia, della ragazza di cui lui le aveva mostrato una foto, e pensò che ora, forse, la vita avrebbe potuto sottrargli anche lei, nonostante tutto, nonostante loro due avessero già deciso di amarsi senza porre alcuna condizione.
E' che la paura le si era messa addosso e non la lasciava più e il ricordo della ragazza le sembrava un segnale malvagio, il disegno di un destino che s'accaniva, contro di lei e contro di lui.
La paura le stava tutta dentro, le camminava nelle gambe, ma la paura, dopo poco, Irene cominciò a sentirla anche per lui, perché un destino che si accanisce così è il più difficile da combattere e perché un destino che ti sottrae due volte l'amore è proprio troppo.
Nella sua incertezza, Irene sentiva di doversi legare ad ogni appiglio di vita, di doversi concedere anche la più infantile delle spiegazioni e la più ingenua delle speranze: perciò si convinse che era impossibile che lui fosse così sfortunato.
Anche per questo, per l'inaccettabilità di un destino infame che medita di ripetersi senza rispetto per nessuno, pensò forte: io devo guarire, ora lo chiamo e glielo dico.