mercoledì 21 febbraio 2018

la crepa

Monika Bulaj- Afghanistan
Quando ripenso a certe infelicità, tanto inutili per quanto pesanti, che hanno accompagnato i miei vent’anni, sento  affiorare sentimenti diversi, spesso opposti, eppure impassibilmente conviventi.
Sono sentimenti che rivolgo alla me di allora, ma anche alle persone con cui ho condiviso quel periodo difficile, per scelta e/o per caso, .
Persone faticose, un paio in particolare, di cui allora mi sono fatta carico, mentre avrei avuto bisogno di spiccare il volo. Zavorre umane senza destinazione, a cui pure ho dato ascolto e tempo e anche amore, rinviando il momento della mia libertà e della scelta più consapevole. 
Ci penso a volte, magari ritrovando un volto in una foto.
la fotografa Monika Bulaj
E’ difficile tracciare il confine tra le responsabilità che imputo a me stessa (la maggior parte) e quelle che imputo all’altrui incapacità di lettura esistenziale: e, tuttavia, proprio lì, proprio su quel confine così difficile, si gioca la mia rabbia (retrospettiva) e la mia attuale soddisfazione (consapevole).
E’ la rabbia del tempo sprecato,  dell’amore buttato, dei sogni rimandati, dei diritti non reclamati, anzi: troppe volte contrattati (con me innanzitutto).
Ed è la soddisfazione della presa di distanza, della capacità di non chiedere più, di non rimanere ad aspettare chi non sa trovare neanche la strada di casa sua.
Oggi, in certe situazioni, non darei più tanto ascolto, se non per dire: "basta, è una vita che ti lamenti e carichi il tuo peso su spalle d’altri senza mai un un po’ di vergogna e uno scatto di sano amor proprio".
Quella di oggi è la consapevolezza del saper leggere il più delle volte dal primo rigo un volto, un modo, un fallimento; è la consapevolezza d’essere protetta da me stessa, da certe punte estreme di attenzione verso qualcosa o qualcuno che non c’è, non parla, non agisce, addirittura talvolta non vive e chiede ad altri di vivere per suo conto.
Tempo fa, neanche tanto tempo fa, ad uno che mi chiedeva scusa, ora per allora, forse per dimostrarmi quanto fosse cresciuto, dissi una cosa vera, di quella verità che fa un rumore di tuono e straccia ogni incertezza e ogni cautela, dissi: “non scusarti, ho sbagliato io a crearmi delle attese nei tuoi confronti, cose impossibili, che io pensavo con malsana presunzione di saper scovare in te. La colpa è soprattutto mia ed è verso me stessa: tu non eri quello che io mi ostinavo a credere potessi diventare, non lo saresti diventato mai. Sai, le aspettative infondate si pagano, ma la colpa è quasi tutta di chi se le crea. E' dura da accettare, ma è la verità”.   
Ci fu silenzio, disagio, sentii aprirsi una crepa tra noi dopo quelle parole:  avevo fotografato il mio percorso in poche frasi, avevo fotografato che non ero più una preda possibile, avevo congelato i suoi ricordi e stracciato le sue possibili giustificazioni e, forse, anche una residua speranza.
Avevo disegnato la mia libertà.

lunedì 19 febbraio 2018

vite senza sguardo


Una coppia si saluta, lei ha in braccio un bambino di pochi anni. Si capisce che entrambi i genitori stanno andando al lavoro e che tocca a lei portare il bambino all’asilo. Il bambino saluta il padre, lui gli avvicina appena la guancia fredda, mentre dice qualcosa di sbrigativo alla moglie in una lingua slava.
La donna se ne va con il bambino e attraversa assieme a me. E’ alta, bionda, e sembra piena di energia, ma mi colpisce la sua espressione senza emozioni, senza relazioni, così almeno mi appare; ha un colorito pallido, non buono, uguale a quello del marito che ha appena salutato, e porta il bambino come portasse un dovere.
Il bambino, a sua volta, sembra un piccolo adulto che va al lavoro. Offre la guancia al padre ma non parla e riprende subito a guardarsi intorno, ma non sembra poi davvero interessato  al mondo.
Tutti e tre, padre, madre e figlio, sembrano soldati che vanno a montare di guardia, anche il saluto prima di separarsi ha un che di meccanico e privo di commozione affettiva;  immagino quella stessa scena dei saluti che si ripete ogni giorno, senza che nessun particolare cambi, senza mai un capriccio o un bacio di troppo.
Una cosa si intuisce chiaramente: i due adulti vivono una condizione faticosa, un’esistenza che trattiene e persino sottrae le emozioni, congelandole. Anche  il colore poco sano dei loro visi induce a pensare ad una vita sempre al chiuso, ed è chiuso dei luoghi e chiuso degli affetti.
Mi chiedo come sarà la sera quando torneranno a casa, chi giocherà con il bambino, se ci sarà un altro piccolo a fargli compagnia, a litigare magari, a tirar fuori sentimenti e furori, finalmente.
Penso a quanta rabbia triste si cova con una vita così, di sopravvivenza, dove i figli si fanno perché si deve e poi ti costa fatica anche baciarli e tenerne conto in uno sguardo solo per loro.
Ma la colpa non è nell’incapacità di esprimersi di quei genitori, piuttosto nella vita che hanno accettato di vivere per sopravvivere, accettato senza avere un’alternativa o senza essere capaci di immaginarsela.
In ogni caso, è un senso pesantissimo di pena e di impotenza quello che mi rimane a pesare in testa e nel cuore mentre li vedo scomparire tra la folla.