giovedì 10 agosto 2017

tulipani lungo la via Emilia



Ci si incontra sul piazzale di un ristorante difficile da catalogare, un vecchio ritrovo associazionista, felice connubio emiliano  tra kitsch e tradizione (leggi la voglia di fare novità e di farla bella, eccedendo anche, com'è nel carattere locale).
Uno dei colleghi fa un cenno verso un altro, appena sceso dalla macchina e venuto lì giusto per la cena, poi me lo presenta. E' un gentiluomo vecchia maniera- e qui non conta l'età- appena fuggito via da un set di Pupi Avati, che parla con la flemma morbida e sinuosa propria dell’emiliano. Mi viene incontro e mi porge un tulipano giallo, con lo stelo fermato nella carta d’argento: 
"mi sono permesso perché noi, qui in provincia, siamo ancora romantici" 
Rido e gli sorrido, divertita e lusingata dall’operazione di fusione tra galanteria e auto-sfottò, un congegno che risuona potente forse perché recitato con quella specialissima inflessione dialettale.
Subito dopo avermi consegnato il tulipano dorato, Fanfan-la-Tulipe si scusa e si mette a giocare di auto-ironia sulla scelta del fiore: 
"sai, non l'ho mica comprato, ho preso semplicemente il più bello del mio giardino".
Lo ascolto divertita, mentre penso che l’Emilia, per fortuna, non è ancora solo leggenda. Mentre entriamo per sederci e mangiare, ripenso alla risposta che m'è rimasta in testa, nata con qualche sfortunato secondo di ritardo rispetto a quella frase: 
"mi sono permesso perché noi, qui in provincia, siamo ancora romantici" 
E' la risposta che avrei voluto dare, sintonizzata sulla stessa allusiva frequenza del cavalier Fanfan-la-Tulipe: 
"e noi della capitale sappiamo ancora apprezzare certi gesti, e molto anche..."

p.s.: oggi, aggiungo in coda a questo post  un caro saluto e un buon ferragosto per voi tutti. 
Ci rivedremo tra qualche giorno: non è una  vacanza la mia, solo una pausa non rinviabile per importanti motivi di famiglia.
State benissimo, mi raccomando,
Sabina 
11 agosto 2017 



lunedì 7 agosto 2017

il Gastone inappagato

sottotitolo: monologo-divertissement a cavallo tra Petrolini e Gogol

Sono geniale, geneticamente geniale.
Il resto da me dell'intera umanità è solo misera e disprezzabile fauna da circo.
La solitudine mi si confà, è il marchio del genio, quello vero, necessariamente incompreso.
Ho passato anni a gettare ponti e ponticelli, reti di parole, abilmente ma inutilmente: mi piaceva catturare pesci e soprattutto pescioline, appagavano la fame del mio ego sofferente e sempre malnutrito.
Mio Dio, ma quanto mi sono illuso! immaginavo di trovare prima o poi un soddisfacimento alla mia vanità, il riconoscimento della mia grandezza, e di persona, e di seduttore. Ma i pesci passavano, le pescioline pure, entravano nella mia rete e la scoprivano piena di buchi...
I buchi, maledizione! dopo un po' pesci e pescioline uscivano dalla rete e mi sfottevano, dicendomi che soffro di ossessioni, sempre le stesse, finendo persino per bollarmi come noioso, ripetitivo, lunatico.
Poi vennero anche gli insulti, così  le mie complessità intellettuali, le mie costruzioni sintattiche eccelse, vennero bollate come vecchie e datate paranoie...gentaglia!
Ma io, signori miei, cercavo di strappare il velo alla realtà: quella realtà che solo io potevo identificare con filosofica certezza, con precisione storica e sintattica! Ma il mondo non l'ha capito e mi ha coperto con la merda del disprezzo e dell'oblio: mi sono sentito come un vecchio e disperato scienziato, le cui scoperte sono negate, vituperate, e poi riscritte con parole altrui. 
Fu così che gli altri, tutti gli altri abitanti del mio stesso pianeta, mi costrinsero, di fatto, a non poter avere alcuna relazione con loro: non sopportavano la mia superiorità intellettuale, il mio pensiero critico così tagliente, perché io vedevo e vedo tuttora quel che loro non sanno vedere e non vedranno mai, perché io, signori miei, sto sempre un passo fuori dalla Storia e dalle idee condivise, come solo ai geni tocca in sorte.
Deriso e vilipeso, ho girato infinite volte i tacchi, esibendo tutto l'orgoglio ferito di cui sono caèpace come attore (e si sa quale bravura io abbia in questi passaggi da melodramma!) perché voi non sapete chi sono io e da quale nobile storia discendo: perché io, io sì, che nacqui immenso.
Volevo l'applauso del mondo, volevo essere riconosciuto per la mia grandezza di pensiero, per la qualità inarrivabile della mia sintassi, invece a scuola i professori mi respinsero, i compagni mi odiarono quando si resero conto di quanto fossi irripetibilmente geniale, i cosiddetti amici mi coprirono di insulti.
Posso essere mai io quello sbagliato, l'inadatto, indigeribile per i suoi simili?!? 
No, signori miei, è il mondo ad essere scelleratamente sbagliato. 
Ora ho deciso di calarmi in un grande e nobile silenzio, anche se vorrei  urlare di rabbia per il male gratuito che il mondo intero mi ha riservato, un vero e proprio massacro della mia elegante anima.
Ho deciso di rimanere solo nella mia solitudine antica e preziosa: qui lo affermo, anche se tra una settimana, forse due, salterò nuovamente sulla giostra per chiarire al mondo intero cos'è la Bellezza, la Profondità, la Poesia, la Sintassi, (quest'ultima, lo avrete capito, è la mia principale ossessione).
Lo ammetto senza vergogna: covo dentro di me una sete di vendetta, un desiderio di sangue, che sembrano risalire dalle profondità delle mie viscere, eppure le mie viscere mi fanno schifo e i miei nemici mi danno la nausea.
Il mio contatto con il resto del mondo è fallito prima ancora di cominciare, sì! la mia è la sofferenza di un cane rabbioso, ridotto a nutrirsi delle carcasse avanzate dal pasto degli altri animali, un cane che schiuma di rabbia e abbaia a tutte le lune dalla profondità della sua caverna. 
Sono stato giudicato collerico e supponente, ma in realtà ero solo abilmente selettivo: da questo talento discende il mio isolamento rispetto ad un mondo che vuol solo essere blandito e non giudicato, men che mai da un giudice della mia levatura. 
I nemici mi hanno sommerso con una pletora di oscenità letterarie e mentali, specchio e sintassi delle loro anime insulse. Inutile aggiungere, signori miei, che io me lo aspettavo, lo sapevo da sempre, perché ero appena quindicenne quando mi sono scoperto inarrivabile e ho assaporato il boccone amaro dell'invidia del mondo.
Ma ora basta, fosse pure questo il trecentesimo basta che indirizzo a voi, marmaglia destinata a sguazzare nella sua stessa merda.
Me ne vado, lo dico per la secentesima volta, perché provo repulsione verso le vostre parole, cariche di oscenità di senso e di sintassi, (ancora lei, la mia adorata sintassi), e vi lascio ai vostri sodali, alle vostre dispute indecenti, ai vostri sgherri da quattro soldi.
So bene perché non mi sopportate: la mia intuizione intellettuale e concettuale è tragicamente fulminante, supera la barriera della Storia e della Sintassi, bruciacchia e forse può persino uccidere chiunque mi si avvicini per dialogare...e poi io ho la nausea del dialogo ed ho la nausea dell'umanità tutta, attendo solo il mio momento, appollaiato lì, sull'ultima delle mie folli lune.
E' che ho dentro di me l'universo intero, posso dunque rimanere anche solo e bastarmi, nessuno è all'altezza di comprendermi in tutto il mio valore
Chiudo citando un grande come me, Gogol, e il suo diario di un pazzo: metterò oggi, tra solenni squilli di trombe, la parola fine, firmando davanti a voi il mio commiato, in calce a quest'ultima pagina del mio diario di un pazzo,
Gastone
p.s.: desidero che la mia colonna sonora sia la marcia trionfale dell'Aida


giovedì 3 agosto 2017

c'è chi dice no


Mi allaccio ad un post di PIER, (post: dalla-parte-dei-cattivi), nel quale si discute dello scivolosissimo tema della bontà e della cattiveria.
Il post citato mi ha riportato in mente una serie di considerazioni personali- più sinceramente dovrei dire convinzioni- che mi ritrovo quasi obbligata ad esporre quando incappo in situazioni critiche, prossime al capolinea, e sto per esaurire tutto il carburante della buona volontà.
Questo si verifica soprattutto quando, dopo vari tentativi di dialogo con personaggi improbabili, il mio progressivo  sfinimento rischia di sfociare nel randello del turpiloquio e nel prurito da lancio di ceffoni. 
Quasi ogni volta che ciò accade, mi viene rimproverato di ricorrere ad un linguaggio eccessivamente drastico, di avere, se così si può dire, uno scatto verbale senza se e senza ma, della serie "leveteme de torno prima che sia tardi...!", anche se le parole non sono proprio queste...
Posso dire di essermici ormai abituata, eppure, (e qui mi riallaccio non solo al post di Pier, ma anche al mio commento sul medesimo post), essere "buoni" (leggi disponibili) è/deve essere sempre una scelta, perché essere buoni (leggi sempre disponibili), a prescindere dal contesto e dalle persone, dequalifica l'azione "buona" e traduce la bontà in qualcos'altro, qualcosa a metà strada tra la stupidaggine, l'ipocrisia, (e qui non cito, per brevità, la piaggeria), e la mancanza di coraggio: il coraggio di dire dei sacrosanti no.
La pratica sana e salutare della  bontà intelligente, quella, per intenderci, che mi fa scegliere di dare una mano a chi è davvero in difficoltà e di smettere di dare ascolto a chi vive lucrando sulle proprie paturnie, vuoi per dotarsi di un'arma di fascino in più (pfui!), vuoi per nutrire il personaggio che ha preso il posto della persona, non è né facile, né di immediata comprensione, ma è l'unica via per dare un senso alle proprie azioni, per dar loro una patente di adulta consapevolezza.
Per molti anni e soprattutto per via di un'educazione "molto ispirata in tal senso", sono stata una di quelle che pensano di essere in dovere di ascoltare chiunque. Questa sindrome, vagamente crocerossinica, mi ha colpito ancora, lo ammetto con un senso di profondo rimorso/vergogna, anche di recente: alle prese con personaggi assolutamente persi e che tali volevano rimanere, mi son messa ad ungergli l'anima, perdendo tempo ed energie degne di miglior causa...che cogliona!
Per esempio, anche di recente, ho tenuto corrispondenze con soggettini e soggettoni, che nella specialità della difficoltà esistenziale si erano auto-promossi campioni olimpionici, senza rendermi conto che era tempo sprecato e che di gente che ha veramente bisogno, anche solo di ascolto, ce n'è tanta. Insomma, lo confesso pubblicamente: mi stavo perdendo nuovamente dietro paturnie da avanspettacolo, copioni ripetitivi che possono solo far ridere, perché, diciamolo, la ripetizione, come genere comico, è tipica dell'avanspettacolo.
Ho impiegato troppo tempo per capire che scegliere significa talvolta alzare barriere definitive verso i parassiti dell'altrui disponibilità. Ho impiegato così tanto tempo che, se mi giro indietro, mi si para subito davanti l'ultimo caso clinico cui ho badato senz'essere né medico, né specialista psichiatrico.
Ho impiegato troppo tempo e me ne rammarico, perché oggi so, per esperienza diretta, cosa significa avere veramente bisogno di aiuto, oggi lo so perché mi è capitato di attraversare luoghi e conoscere persone che per certe paturnie pazzoidi non hanno il benché minimo spazio di pensiero disponibile.
Così, sull'onda delle riflessioni scaturite dal post di Pier, mi sento di dire che gran parte del tempo impiegato a divenire consapevole della necessità di dedicare energie positive solo alle cause reali e meritevoli, sia legato alla necessità di imparare il coraggio, il coraggio di dire NO.
Sì, proprio così, perché dire NO e difendere le proprie scelte, sia in tema di disponibilità, sia in tema di rifiuto a farsi incastrare in grovigli senz'uscita, non è un coraggio facile da esercitare, anzi. Non è mai facile dire dei no, i no costano, costano sempre almeno qualche "disapprovazione" esterna, qualche senso di colpa, ma non c'è scampo, non c'è alternativa: anche la disapprovazione va affrontata, perché essere sé stessi comporta una dose di coraggio tutt'altro che trascurabile.